Obama passa alla fase difensiva e sfrutta i benefici della crisi

New York. Il copione diplomatico e militare degli Stati Uniti sul dossier nordcoreano è cambiato. Barack Obama è passato dalla fase offensiva a quella difensiva e le manovre del Pentagono confermano la volontà di raffreddare la temperatura nell’area per riallinearsi ai dettami della “pazienza strategica” di Washington. La Casa Bianca aveva messo a punto una strategia di comunicazione aggressiva per rispondere al nervosismo intriso di retorica del regime di Kim Jong-un: ha sottolineato pubblicamente le esercitazioni con i B-52 nucleari, gli stealth B-2 e i caccia F-22 nei cieli sudcoreani – l’unica circostanza inedita riguarda l’impiego dei B-2, il resto è parte di una strategia ordinaria che Washington solitamente mette in pratica a fari spenti.
11 AGO 20
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New York. Il copione diplomatico e militare degli Stati Uniti sul dossier nordcoreano è cambiato. Barack Obama è passato dalla fase offensiva a quella difensiva e le manovre del Pentagono confermano la volontà di raffreddare la temperatura nell’area per riallinearsi ai dettami della “pazienza strategica” di Washington. La Casa Bianca aveva messo a punto una strategia di comunicazione aggressiva per rispondere al nervosismo intriso di retorica del regime di Kim Jong-un: ha sottolineato pubblicamente le esercitazioni con i B-52 nucleari, gli stealth B-2 e i caccia F-22 nei cieli sudcoreani – l’unica circostanza inedita riguarda l’impiego dei B-2, il resto è parte di una strategia ordinaria che Washington solitamente mette in pratica a fari spenti – e la marina americana ha confermato l’invio di due navi da guerra nei mari della Corea del sud. La strategia di Obama non prevedeva di rivelare la presenza delle navi, ammessa dai militari in seguito a segnalazioni indipendenti, e la somma delle manovre ad alto coefficiente di aggressività ha indotto un ripensamento della Casa Bianca. Meglio non caricare troppo una situazione già complicata, dicono ora i consiglieri di Obama, che si affidano alla convinzione, corroborata nel tempo, che la Corea del nord tende a rispondere alle manovre americane con un surplus di retorica, ma non con iniziative militari. La differenza in questo caso la fa Kim Jong-un, leader giovane e imprevedibile che sta usando la crisi per mandare messaggi non ancora del tutto decifrati alla gerarchia interna. Il rischio è che Kim Jong-un non interpreti secondo il canone tradizionale i messaggi diplomatici e militari di Washington, che ha deciso di mordere il freno.
Lo spostamento del sistema antimissile Thaad nella base di Guam è una mossa puramente difensiva, peraltro già ampiamente prevista dall’Amministrazione, che ha soltanto deciso di approfittare delle schermaglie per anticipare il trasferimento. Molti esperti militari dubitano dell’efficacia, al momento, dello scudo di missili montati su camion. Un report dell’istituto Global Security sostiene che soltanto due delle sei batterie missilistiche sono state dichiarate dal Pentagono “parzialmente funzionanti”, le altre quattro non hanno raggiunto nemmeno questa prima certificazione. Secondo l’esercito americano la completa operatività del sistema richiede un ulteriore percorso di test che non sarà concluso prima del 2017. “Thaas è efficace contro i misilli a gittata corta e non è mai stato testato contro razzi a media gittata”, scrive Global Security. Insomma, lo scudo di Guam è una manovra precauzionale a operatività limitata simile a quella degli interceptor che il Pentagono piazzerà in Alaska, strumenti testati l’ultima volta nel 2008. Più che in chiave strettamente nordcoreana, i movimenti di Guam vanno letti nel contesto del “pivot” americano verso l’Asia e il quadrante Pacifico. La strategia orientale di Washington è stata messa nero su bianco nella “strategic review” del Pentagono nel 2102 e da allora si sono moltiplicati contatti ed esercitazioni congiunte con gli alleati dell’area. In Australia è stato dislocato un battaglione dei marine, e a settembre Leon Panetta è diventato il primo segretario della Difesa a visitare la Nuova Zelanda, dove i militari americani gestiscono un paio di avamposti.
Lunedì il capo del Pentagono, Chuck Hagel, ha incontrato il primo ministro di Singapore e i due hanno concordato l’invio di una nave da guerra americana al largo delle coste del paese asiatico. Il complesso spostamento verso l’Asia prescinde dalle minacce della Corea del nord, le quali però fungono da catalizzatore di una reazione che paradossalmente favorisce il più generale interesse americano nell’area. Una crisi può servire a rendere celere un processo normalmente lento.